CYBERZONE N. 23: L’IO A VENIRE

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CYBERZONE N. 23: L’IO A VENIRE
Periodico Visionario
Dimensioni: cm. 17×22
130 pagine a colori
Testi in italiano e in inglese
Maggio 2019

I più grandi filosofi dell’immaginario e gli artisti più visionari del pianeta si interrogano sul futuro dell’umanità.

Trent’anni fa cadeva il muro di Berlino. Nel frattempo altri muri sono stati eretti. La predilezione per i muri – razziali, sociali, economici, culturali – è la passione di coloro che predicano la via del profitto e della rapina, che elargiscono onori ai ricchi e credito a morte ai poveri. Infatti, è un ex presidente di un colosso della finanza mondiale – Google – a ricordarcelo con cinica arroganza: “Orgogliosi del nostro sistema… Non abbiamo intenzione di pagare più tasse. Si chiama capitalismo. Siamo orgogliosamente capitalisti. Su questo non ho alcun dubbio”. E prosegue: “Abbiamo sfruttato tutti gli incentivi che i governi ci hanno offerto”. Questo, in breve, è lo scenario mondiale in cui risorge Cyberzone. Non è un bel momento per nascere dopo una lunga pausa. Fin dalla sua prima apparizione (1996) Cyberzone ha parlato la lingua degli eretici. Continuerà a farlo (anche con traduzione in inglese) con il lavoro di monitoraggio sui mutamenti che negli ultimi anni si sono verificati all’interno delle pratiche creative e di pensiero antagonista. Questo numero rilancia un assunto che ha segnato la vita della rivista: l’immaginazione è la sede di posizionamenti e composizioni multiple, frammentati e contraddittori dell’individuo, in rapporto al magma indistinto del sociale. In tal senso Cyberzone ha un’idea fissa a cui non rinuncia: la bassa fedeltà. Materiali spuri, estranei alle cornici istituzionali del sistema dell’arte, e irriverenza teorica, autori e testi dal pensiero libero, indisciplinato, antiaccademico, assieme a interventi critici sul presente, costituiranno il suo percorso. Questo numero è come una grande frase sincopata. Se hanno qualcosa in comune gli articoli che lo popolano, risiede nel fatto che in essi c’è curiosamente una strategia della sottrazione. Questo pianeta soffre dell’impulso al “troppo” e alla saturazione di ogni spazio di vita: l’obesità materiale – specchio cinico dell’iper-consumo – colpisce gli individui fino a determinarne strane forme di vita e di apparizione, come il ciclope in copertina del grande artista ungherese Istvàn Horkay, il cui corpo è la rivolta contro l’eccesso, che si trasforma, patafisicamente, in un nuovo essere post-umano: l’io a venire è quello della catastrofe, non di una crisi. In altre parole gli articoli non “aggiungono” nulla, non hanno qualcosa in più da dire – il mercato del senso è saturo. L’io a venire è senza patria, senza confini, è scomposto: un re (il capitale e il narcisismo) che si autodivora (Jappe); l’alzheimer che colpisce l’avanguardia (Macaluso); il feticismo del senso coltivato dalla categoria reazionaria dei benpensanti (Maffesoli); forme di sopravvivenza alla metastasi dello “sviluppo” e alle sue derive sociali (Latouche); il vuoto come dispositivo contro il sostanzialismo e l’identità (Faletra); pratiche sperimentali di ontologia transitoria (Pedretta); strategie minimali di autogoverno (Scardovelli); lo schermo post-estatico del soggetto di Bavari; la grafica anarchica di Pistola; i tentativi seduttori di strappare lo stesso allo stesso di Lillard; i collage post-patafisici di Di Grado. L’io a venire è anche l’agguato del disordine metamorfico nel cuore delle soggettività, come accade nelle immagini di Semenov che Cyberzone presenta in esclusiva mondiale. Qui l’io a venire è una drammaturgia che si serve di maschere sperimentali proiettate in un’orgia di creature zoomorfe. Cyberzone in questo numero pubblica un testo inedito di Paul Virilio, scomparso a settembre dello scorso anno, che è stato un collaboratore della prima stagione della rivista. Questa rinascita di Cyberzone è stata possibile grazie ad una materia prima, il coraggio del suo mecenate: Dario Bisso. E il coraggio, a dispetto dei tempi che corrono, non ha fretta. Si gode, in un faccia a faccia con l’io a venire, i frutti dei suoi passaggi.

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